giovedì 25 marzo 2010

C'era una volta

Stasera ho voglia di storie, di quelle che potrebbero cominciare con l'intramontabile "c'era una volta", ho voglia di cogliere l'estremità di un filo di pensieri che si perde nel passato e vedere, per gioco, dove mi porta. Uno di questo fili mi riporta indietro a dei tempi un pò speciali, di transizione, quei momenti singolari in cui il crepuscolo di qualcosa incontra l'alba di un'altra, e tu hai la fortuna di passare proprio di là.

Erano i tempi dell'alba della Rete, almeno per noi studenti del terzo anno di ingegneria. La Rete, non una risorsa che il governo incentivava ad utilizzare, ma qualcosa di ben nascosto, la cui esistenza era intuibile solo in modo indiretto, e il cui uso era riservato ad una cerchia ristretta di persone.

Erano schegge di informazione quelle di cui disponevamo, trovate casualmente nel mare della documentazione del mainframe cui ci era stato garantito accesso per scrivere i nostri primi programmi Fortran. La curiosità ci spingeva, passo dopo passo, a chiederci il perchè di alcuni comandi, non citati in nessuna dispensa ma documentati nei manuali online, stampati da una grossa stampante a catena sul modulo continuo con il solito inchiostro quasi esaurito, su cui passavamo le sere alla scoperta del VM/CMS e di tutto quello che non c'era nelle dispense.

Scoprivamo così comandi che servivano a mandare messaggi, che accettavano degli indirizzi come parametri, indirizzi nei quali veniva utilizzato quello strano carattere, @, e del testo, il testo del messaggio. Eravamo come ammaliati dall'idea di potere utilizzare un computer per inviare parole ad un indirizzo distante. Non c'era la mail. Non c'erano motori di ricerca. A dire il vero, non c'era nulla che ci indicasse quali indirizzi potevano essere usati con quel comando, nulla che ci svelasse chi stesse ascoltando, la fuori.

A poco a poco emersero una serie di nuovi indizi, a volte per caso, a volte dopo ricerche su documentazione cui noi, semplici studenti di calcoli numerici, non avremmo mai dovuto avere accesso; le dispense degli studenti spiegavano i comandi per scrivere, compilare e mandare in esecuzione un programma, su quegli antidiluviani terminali 3278 Olivetti. E altro non era dato sapere. Altro non era necessario. Altro era solo inutile spreco di secondi macchina. Si, i secondi macchina erano la nostra ricchezza, e per fortuna i comandi "probiti" non ne consumavano tanti, almeno non tanti quanto i loop infiniti che a volte finivano dentro i nostri programmi di dilettanti del Fortran.

Fu così che scoprimmo LISTSERV, e RELAY. Fu così che capimmo che un computer non serviva solo a fare calcoli, ma che poteva mettere in contatto persone lontanissime.

Fu così che cominciammo a comunicare con il mondo intero. Stando ben attenti a non farsi sorprendere dagli addetti al centro di calcolo, sviluppando uno script in Rexx (che imparammo molto meglio del Fortran) che consentiva di chattare e che alla pressione di un tasto nascondeva istantaneamente la vergogna di una conversazione dietro una familiare schermata di Fortran, per la buona pace dei segugi che ci alitavano sulla schiena.

Il collegamento da casa era impossibile. Non c'erano modem per l'accesso, almeno non esistevano numeri di cui gli studenti potessero essere a conoscenza. E se anche li avessimo avuti, il software per l'emulazione 3278 non si trovava mica in edicola. Nè si poteva scaricare dalla Rete. Eravamo parte della Rete solo a metà, ed era quello il bello. Certo, allora non lo si capiva, che le sfumature si capiscono solo col tempo. Dover lasciare il centro di calcolo, dovere recidere il cordone ombelicale che ci legava virtualmente al popolo della rete era doloroso, ma proprio quel dolore, quel bisogno di continuare a comunicare con i nostri corrispondenti, quella necessità di perpetuare l'intreccio delle menti, era la molla che una volta rientrati a casa, ci spingeva a prendere un foglio di carta e una penna e, alla luce di una lampada da tavolo in una stanza buia, scrivere.
Scrivere una lettera vera. Scrivere di noi, delle nostre vite, delle nostre abitudini, dei nostri pensieri; con calma, senza il chiasso operoso del centro di calcolo e senza timore di essere beccati a chattare con conseguente sospensione dell'account.

Rispolverare la migliore calligrafia, e il miglior inglese, riempire un paio di fogli di emozioni compresse e infilarle in una busta, magari aggiungendo una foto, di se, dei luoghi... che non c'erano le webcam, non c'erano le macchine fotografiche digitali, e neanche gli scanner. Era eccezionalmente bello abbandonare la tastiera utilizzata per tutto il giorno ed impugnare una penna, riempire di personalità il foglio ad ogni lettera tracciata, con la pressione della mano ora forte, quasi a volere incidere la carta, ora leggera, come ad accarezzare il pensiero tradotto in parole.

In quei momenti, e nelle settimane successive che ci dividevano dall'arrivo della risposta del nostro corrispondente, non eravamo più i ragazzi che si affacciavano al nuovo modo di comunicare, ma degli amici di penna d'altri tempi che vivevano degli rapporti epistolari color seppia.
La risposta, quando arrivava era già vecchia, che in molte sue parti era stata anticipata nelle conversazioni via computer, che documentavano la sua genesi, ma rimaneva comunque la cosa più attesa. Aprire la busta dopo averla a lungo guardata e studiata per carpire il minimo particolare; farsi emozionare dalle foto prima di tutto, dare un volto ad una mente con cui si è interagito per settimane fino ad entrare in simbiosi in certi casi, e poi leggere avidamente le righe scritte a penna, cogliendo le emozioni dalle righe e fra le righe.

Ho ancora tutte quelle lettere, tenute insieme da elastici e conservate nella consueta scatola da scarpe. E stasera ho aperto la scatola, rimosso l'elastico che si è sbriciolato al tocco e aperto qualche busta a caso, facendo riaffiorare agli occhi e alla memoria nomi che a malapena ricordo, emozioni sfocate e un pizzico di nostalgia.

In queste occasioni non posso fare a meno di crucciarmi dell'essere diventato così digitale, così aduso alla tastiera e al font impersonale del testo digitato, e di avere in parte dimenticato la poesia della carta manoscritta, la struggente bellezza di riaprire questi piccoli vasi di Pandora e lasciare che una folata di sentimenti scomponga i pensieri.
E poi le lettere invecchiano. Non sono come il testo digitale che è sempre nuovo di zecca, chiaro e leggibile come il primo giorno. Loro ingialliscono, l'inchiostro sbiadisce, e così facendo stemperano le gioie e i dolori che descrivono, nel mare del tempo. Trasformano la risata di ieri in un sorriso, e il pianto in una mestizia; non regalano dei sentimenti meno profondi, no... solo più composti.
Presto scriverò una lettera, voglio riprovare quelle emozioni, perchè ho sempre adorato guardare avanti, ma ho bisogno di potermi voltare indietro.

mercoledì 24 marzo 2010

Vocali

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu; voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes:
A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre origini segrete:
A, nero corsetto villoso delle mosche lucenti
Che ronzano intorno a fetori crudeli,

Golfes d'ombre; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
Lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d'ombelles;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
Dans la colère ou les ivresses pénitentes;

Golfi d'ombra; E, candori di vapori e di tende,
Lance di fieri ghiacciai, re bianchi, brividi di umbelle;
I, porpore, sangue sputato, riso di belle labbra
Nella collera o nelle ebbrezza penitenti;

U, cycles, vibrements divins des mers virides,
Paix des pâtis semés d'animaux, paix des rides
Que l'alchimie imprime aux grands fronts studieux;

U, cicli, vibrazioni divine di mari verdi,
Pace dei pascoli seminati di animali, pace delle rughe
Che l'alchimia scava nelle ampie fronti studiose.

O, supreme Clairion plein des strideurs étranges,
Silences traversés des Mondes et des Anges;
- O l'Oméga, rayon violet de Ses Yeux!

O, Tuba suprema piena di stridori strani,
Silenzi attraversati dai Mondi e dagli Angeli:
- O l'Omega, raggio violetto dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

martedì 23 marzo 2010

Fuori Posto

Non sempre, ma sovente, mi sento irrimediabilmente fuori posto.

Come se il tempo e il luogo fossero sbagliati, come se risvegliandomi dal torpore dell'abitudine, prendessi all'improvviso coscienza della realtà e mi dicessi "che ci faccio qui?".

E non si tratta di incertezza, ché ho la certezza matematica di essere nel posto sbagliato.

E non è neanche un problema di contesto, ché succede praticamente in tutti.

E' il mio senso di appartenenza che va svanendo.

domenica 21 marzo 2010

Per Caso

- Sai, in tutta onestà non me l'aspettavo che fosse così difficile.
- Cosa?
- Esistere, vivere, mettere in fila un giorno dopo l'altro, su una strada che non sai neanche dove ti porterà... ammesso che porti da qualche parte.
- E' così perchè hai scelto che fosse così. Hai scelto la strada difficile, quella irta di domande e pensieri. Per molti, moltissimi, non è così: se ti abbandoni al flusso delle cose, vedrai, arriverai al giorno della tua morte e non ti accorgerai nemmeno di avere vissuto.
- Non mi sembra una bella alternativa, esistere senza chiedersi perchè. Esistere senza cercare una spiegazione dell'esistenza stessa. Mia e di tutto quello che mi circonda. Alla fine mi sembrerebbe davvero di aver vissuto inutilmente.
- Già, il solito problema delle forme di vita che hanno coscienza di se stesse. Il dramma dell'autocoscienza è proprio quello, l'ingenua illusione di essere importanti per il semplice fatto di esistere ed essere senzienti. Non appena prendono coscienza del fatto di esistere, elaborano teorie e religioni in cui sono al centro di tutto ciò che esiste. Al centro dell'universo, del tempo, dello spazio.
Ironicamente, la loro stessa capacità di evolvere regala loro una visione sempre più dettagliata di quanto poco significativi siano, relegati nello spazio e nel tempo, alla deriva in un mezzo di cui non riescono neanche a cogliere l'essenza ultima. Ma la loro fede in qualcosa di sovrannaturale, combinata con la fede dei loro simili in loro, li salva dal baratro.
Leggo nelle loro menti : "Ma...io devo esistere per qualche motivo. Devo essere importante per qualcosa. O per qualcuno". Ecco! Per qualcuno. Un dio che li ama, un popolo che ha bisogno di loro, una tribù che li segue, degli ascoltatori, dei lettori, una famiglia... tutto pur di soddisfare quel bisogno di essere al centro di qualcosa.
- Sarà. A me non sembra che questi stratagemmi possano colmare il vuoto che lasciano certe domande.
- Non possono infatti. Ma rendono il fardello più leggero, distraggono la mente dalla vera risposta, che per molti può risultare troppo desolata per poter essere accettata. E dire che basterebbe semplicemente accettare l'evidenza, ed avere l'equilibrio di prenderne atto senza sconvolgere la consueta conduzione della propria esistenza. Anzi, una volta accettata la realtà, le cose andrebbero indubbiamente meglio.
- Quale realtà?
- Quella che è scritta nell'universo. Il fatto di essere una coincidenza. Di essere un evento unico e rarissimo su piccola scala, ma qualcosa che può succedere su scala cosmica. Una fortunata (ma fortunata per chi?) sequenza di eventi che hanno portato dei quark a costituire degli essere autocoscienti. Il fatto che si tratti di un evento singolare non implica che si tratti di un evento importante (ma importante per chi?).
- Quindi la mia domanda "Perchè esisto" non ha senso?
- Oh si che ne ha. A patto di accettare la risposta e tutto quello che implica. Ma pochi ce la fanno.
- E sarebbe?
- Lo sai qual'è. Per Caso.

venerdì 19 marzo 2010

L'Anima e la Materia Oscura

Realizzo con rammarico che ci sono angoli della mia anima che non riesco a raggiungere. Non ricordo di averli raggiunti in passato, nè da quanto sono al corrente della loro esistenza; non so se imputare la loro irraggiungibilità a una qualche forma di espansione della coscienza o ad una sopraggiunta impenetrabilità di parti di essa.

Li riconosco grazie alle emozioni che vi si rifugiano in clandestinità, alimentando quel senso di ansia latente che, dopo un pò, rimane l'unica spia a denunciarne l'esistenza. Mi sono fatto un'idea in proposito, credo si tratti delle infinite parti che potrei interpretare, degli infiniti io cui un improbabile autore potrebbe dare forma, se prendesse a cuore una delle infinite possibili storie di me.

Pensandola così, la materia oscura della mia anima mi risulta un fardello più sostenibile, e l'ansia si trasforma in nostalgia per i drammi che non potrò mai recitare. Un triste contrappunto alla curiosità della mia parte infantile che non smetterà mai di sognare di poterli mettere in scena tutti indistintamente.

martedì 9 marzo 2010

Non Attesa

Non attesa
nè prevista
nè sognata
fino adesso reclusa
al di là di ogni linea
di ogni pensiero
di ogni orizzonte
hai atteso un crepuscolo per manifestarti
e nella luce incerta sei apparsa sfocata
all'occhio non avvezzo
alla ricerca delle piccole cose
ma una dissolvenza improvvisa
ti ha rivelato illusoria
felicità.

martedì 2 marzo 2010

Notte

La sera scivola via come raso frusciante
sul corpo profumato di una lei;
la notte stagnante ammicca e addita un fiume di oblio;
i sogni, o la loro assenza, il dazio per attraversarlo.