Stasera ho voglia di storie, di quelle che potrebbero cominciare con l'intramontabile "c'era una volta", ho voglia di cogliere l'estremità di un filo di pensieri che si perde nel passato e vedere, per gioco, dove mi porta. Uno di questo fili mi riporta indietro a dei tempi un pò speciali, di transizione, quei momenti singolari in cui il crepuscolo di qualcosa incontra l'alba di un'altra, e tu hai la fortuna di passare proprio di là.
Erano i tempi dell'alba della Rete, almeno per noi studenti del terzo anno di ingegneria. La Rete, non una risorsa che il governo incentivava ad utilizzare, ma qualcosa di ben nascosto, la cui esistenza era intuibile solo in modo indiretto, e il cui uso era riservato ad una cerchia ristretta di persone.
Erano schegge di informazione quelle di cui disponevamo, trovate casualmente nel mare della documentazione del mainframe cui ci era stato garantito accesso per scrivere i nostri primi programmi Fortran. La curiosità ci spingeva, passo dopo passo, a chiederci il perchè di alcuni comandi, non citati in nessuna dispensa ma documentati nei manuali online, stampati da una grossa stampante a catena sul modulo continuo con il solito inchiostro quasi esaurito, su cui passavamo le sere alla scoperta del VM/CMS e di tutto quello che non c'era nelle dispense.
Scoprivamo così comandi che servivano a mandare messaggi, che accettavano degli indirizzi come parametri, indirizzi nei quali veniva utilizzato quello strano carattere, @, e del testo, il testo del messaggio. Eravamo come ammaliati dall'idea di potere utilizzare un computer per inviare parole ad un indirizzo distante. Non c'era la mail. Non c'erano motori di ricerca. A dire il vero, non c'era nulla che ci indicasse quali indirizzi potevano essere usati con quel comando, nulla che ci svelasse chi stesse ascoltando, la fuori.
A poco a poco emersero una serie di nuovi indizi, a volte per caso, a volte dopo ricerche su documentazione cui noi, semplici studenti di calcoli numerici, non avremmo mai dovuto avere accesso; le dispense degli studenti spiegavano i comandi per scrivere, compilare e mandare in esecuzione un programma, su quegli antidiluviani terminali 3278 Olivetti. E altro non era dato sapere. Altro non era necessario. Altro era solo inutile spreco di secondi macchina. Si, i secondi macchina erano la nostra ricchezza, e per fortuna i comandi "probiti" non ne consumavano tanti, almeno non tanti quanto i loop infiniti che a volte finivano dentro i nostri programmi di dilettanti del Fortran.
Fu così che scoprimmo LISTSERV, e RELAY. Fu così che capimmo che un computer non serviva solo a fare calcoli, ma che poteva mettere in contatto persone lontanissime.
Fu così che cominciammo a comunicare con il mondo intero. Stando ben attenti a non farsi sorprendere dagli addetti al centro di calcolo, sviluppando uno script in Rexx (che imparammo molto meglio del Fortran) che consentiva di chattare e che alla pressione di un tasto nascondeva istantaneamente la vergogna di una conversazione dietro una familiare schermata di Fortran, per la buona pace dei segugi che ci alitavano sulla schiena.
Il collegamento da casa era impossibile. Non c'erano modem per l'accesso, almeno non esistevano numeri di cui gli studenti potessero essere a conoscenza. E se anche li avessimo avuti, il software per l'emulazione 3278 non si trovava mica in edicola. Nè si poteva scaricare dalla Rete. Eravamo parte della Rete solo a metà, ed era quello il bello. Certo, allora non lo si capiva, che le sfumature si capiscono solo col tempo. Dover lasciare il centro di calcolo, dovere recidere il cordone ombelicale che ci legava virtualmente al popolo della rete era doloroso, ma proprio quel dolore, quel bisogno di continuare a comunicare con i nostri corrispondenti, quella necessità di perpetuare l'intreccio delle menti, era la molla che una volta rientrati a casa, ci spingeva a prendere un foglio di carta e una penna e, alla luce di una lampada da tavolo in una stanza buia, scrivere.
Scrivere una lettera vera. Scrivere di noi, delle nostre vite, delle nostre abitudini, dei nostri pensieri; con calma, senza il chiasso operoso del centro di calcolo e senza timore di essere beccati a chattare con conseguente sospensione dell'account.
Rispolverare la migliore calligrafia, e il miglior inglese, riempire un paio di fogli di emozioni compresse e infilarle in una busta, magari aggiungendo una foto, di se, dei luoghi... che non c'erano le webcam, non c'erano le macchine fotografiche digitali, e neanche gli scanner. Era eccezionalmente bello abbandonare la tastiera utilizzata per tutto il giorno ed impugnare una penna, riempire di personalità il foglio ad ogni lettera tracciata, con la pressione della mano ora forte, quasi a volere incidere la carta, ora leggera, come ad accarezzare il pensiero tradotto in parole.
In quei momenti, e nelle settimane successive che ci dividevano dall'arrivo della risposta del nostro corrispondente, non eravamo più i ragazzi che si affacciavano al nuovo modo di comunicare, ma degli amici di penna d'altri tempi che vivevano degli rapporti epistolari color seppia.
La risposta, quando arrivava era già vecchia, che in molte sue parti era stata anticipata nelle conversazioni via computer, che documentavano la sua genesi, ma rimaneva comunque la cosa più attesa. Aprire la busta dopo averla a lungo guardata e studiata per carpire il minimo particolare; farsi emozionare dalle foto prima di tutto, dare un volto ad una mente con cui si è interagito per settimane fino ad entrare in simbiosi in certi casi, e poi leggere avidamente le righe scritte a penna, cogliendo le emozioni dalle righe e fra le righe.
Ho ancora tutte quelle lettere, tenute insieme da elastici e conservate nella consueta scatola da scarpe. E stasera ho aperto la scatola, rimosso l'elastico che si è sbriciolato al tocco e aperto qualche busta a caso, facendo riaffiorare agli occhi e alla memoria nomi che a malapena ricordo, emozioni sfocate e un pizzico di nostalgia.
In queste occasioni non posso fare a meno di crucciarmi dell'essere diventato così digitale, così aduso alla tastiera e al font impersonale del testo digitato, e di avere in parte dimenticato la poesia della carta manoscritta, la struggente bellezza di riaprire questi piccoli vasi di Pandora e lasciare che una folata di sentimenti scomponga i pensieri.
E poi le lettere invecchiano. Non sono come il testo digitale che è sempre nuovo di zecca, chiaro e leggibile come il primo giorno. Loro ingialliscono, l'inchiostro sbiadisce, e così facendo stemperano le gioie e i dolori che descrivono, nel mare del tempo. Trasformano la risata di ieri in un sorriso, e il pianto in una mestizia; non regalano dei sentimenti meno profondi, no... solo più composti.
Presto scriverò una lettera, voglio riprovare quelle emozioni, perchè ho sempre adorato guardare avanti, ma ho bisogno di potermi voltare indietro.
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