sabato 27 febbraio 2010

L'Ultimo

L'ultimo capitolo, l'ultimo episodio, l'ultimo atto.
Le ultime battute regalano sempre un sorriso ed una lacrima; un senso di compiutezza incipiente e la soddisfazione causale della fine che segue un inizio, e allo stesso tempo la tristezza di una fine fin troppo annunciata, il vuoto di un palcoscenico, della terza di copertina, dei titoli di coda.

Storie, immagini, personaggi, sentimenti ed emozioni iniziano a sussurrare la loro fine imminente ben prima della fine: annunciano come tutto stia per compiersi e annichilirsi in una vuota desolazione dove ancora per qualche istante riecheggeranno voci, volti, dialoghi, e poi tutti i dettagli sfumeranno in una vaga memoria.

Eppure fin dall'inizio la conclusione era inevitabile e addirittura agognata; un desiderio irrefrenabile di conoscere la fine che, man mano che la stessa si avvicina, si tramuta nel timore della fine stessa, giunta la quale il flusso di emozioni e pensieri che ci cullava si interrompe di colpo, con un taglio netto, come di bisturi su un cordone ombelicale.

E la mano che chiude il libro, le luci che si riaccendono in sala sono lo shock che ci riporta, singhiozzanti, a rinascere nella nostra stessa vita.

mercoledì 24 febbraio 2010

Attesa

Siedo. E mi sento in attesa. Sia beninteso, non attendo niente e nessuno. Eppure lo stato d'animo è quello, quel sentirsi sull'orlo di un dirupo sugli eventi futuri. Che poi il futuro lo si può raggiungere in due modi, lanciandovisi contro o rimanendo perfettamente immobili, lasciando che il corso del tempo porti il futuro al nostro cospetto. Lo sguardo cade sulla lancetta dei secondi di un orologio a muro; onorando il senso di attesa scruto i suoi scatti, ed è come se quella insignificante sfera trascinasse nel suo moto tutto l'universo, un pizzico più avanti nello spaziotempo. Per un istante mi sento parte di questo moto enorme e mi arrendo alla sua ineluttabilità, ma qualcuno pronuncia il mio nome, ed è già ora di ricominciare ad inseguire il futuro. Fino alla prossima attesa.

lunedì 22 febbraio 2010

La Tenda

Ho un bagno ampio, spazioso. Un bagno con piastrelle bianche, simpatiche, e una maledetta greca in cima, che mi sforzo di ignorare perchè vorrei fosse bianca anche lei. Ma non è del bagno che voglio parlare, bensì della tenda che copre la finestra di questa stanza.
E una tenda come tante, a pannello, liscia, di cotone, con un minimo di lavorazione che la attraversa verticalmente ad ogni terzo della sua estensione. E' proprio la sua semplicità a renderla unica; se fosse stata appena più lavorata, non avrebbe potuto aspirare a diventare la mia lente sul mondo.
Si, è proprio così, mi piace come si vede il mondo attraverso la mia tenda di cotone bianco. E' un piccolo mondo, visto l'orientamento della finestra del mio bagno, fatto di tetti di case. E' un mondo senza terra, che comincia col cielo e termina coi tetti. La mia tenda me ne offre una visione del tutto singolare, privandolo del rigore spigoloso delle forme e della precisione Pantone dei colori, trasformando le albe e i tramonti in suggerimenti di albe e tramonti, i tetti in ipotesi di tetti.
Le prime volte sono rimasto affascinato da questa visione senza nemmeno sapere perchè; poi pian piano, con la stessa pazienza che serve allo sviluppo della visione periferica, ho imparato a guardare oltre mentre guardo attraverso, e ho scoperto che il piccolo mondo attraverso la tenda era ben più grande, colorato e ricco di quanto pensassi.
Dal giorno che la mia tenda mi ha aperto gli occhi, vado sempre in giro con un pezzetto di tenda bianca in tasca, che metto davanti agli occhi quando vi incontro, perchè sono le vostre dimensioni nascoste che mi affascinano, e non posso pretendere che passiate tutti davanti alla finestra del mio bagno.