Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime, nessuno vide la canoa di bambù incagliarsi nel fango sacro; ma pochi giorni dopo, nessuno ignorava che l'uomo taciturno veniva dal Sud e che la sua patria era uno degli infiniti villaggi che sono a monte del fiume, nel fianco violento della montagna, dove l'idioma Zend non è contaminato dal gerco, e dove la lebbra è infrequente. L'uomo grigio baciò il fango, montò sulla riva senza scostare (probabilmente senza sentire) i rovi che gli laceravano le carni, e si trasse melmoso e insanguinato fino al recinto circolare che corona una tigre o cavallo di pietra, che fu una volta del colore del fuoco ed è ora di quello della cenere. Questa rotonda è ciò che resta d'un tempio che antichi incendi divorarono, cui profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini. Lo straniero si stese ai piedi della statua. Si svegliò a giorno fatto. Constatò senza stupore che le ferite s'erano cicatrizzate; chiuse gli occhi pallidi e dormì, non per stanchezza della carne ma per determinazione della volontà. Sapeva che questo tempio era il luogo che conveniva al suo invincibile proposito; sapeva che gli alberi incessanti non erano riusciti a soffocare, più a valle, le rovine d'un altro tempio propizio, anch'esso di dèi incendiati e morti; sapeva che il suo obbligo immediato era il sonno. Verso la mezzanotte lo svegliò il grido inconsolabile d'un uccello. Orme di piedi nudi, alcune frutta e un bacile l'informarono che la gente del luogo aveva spiato con rispetto il suo sonno e sollecitava la sua protezione, o temeva la sua magia. Sentì il freddo della paura e cercò nella muraglia dilapidata una nicchia sepolcrale, si coprì con foglie sconosciute. Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà. Questo progetto magico aveva esaurito l'intero spazio della sua anima; se alcuno gli avesse chiesto il suo nome, o un tratto qualunque della sua vita anteriore, non avrebbe saputo rispondere. Gli conveniva il tempio disabitato e rotto, perché era un minimo di mondo visibile; anche gli conveniva la vicinanza dei contadini, perché s'incaricavano di sovvenire ai suoi bisogni frugali. Il riso e le frutta del loro tributo erano pascolo sufficiente al suo corpo, consacrato all'unico compito di dormire e di sognare. Al principio i sogni furono caotici; poco dopo, di natura dialettica. Lo straniero si sognava nel centro di un anfiteatro circolare che era in qualche modo il tempio incendiato; nubi di alunni taciturni ne appesantivano i gradini; i volti degli ultimi si perdevano a molti secoli di distanza e ad un'altezza stellare, ma erano del tutto precisi. L'uomo dettava lezioni d'anatomia, di cosmografia, di magia: quei volti ascoltavano con ansietà e procuravano di rispondere con senno, come se indovinassero l'importanza di quell'esame, che avrebbe riscattato uno di loro dalla condizione di vana apparenza, e l'avrebbe interpolato nel mondo reale. Nel sogno o più tardi, da sveglio, l'uomo considerava le risposte dei suoi fantasmi, non si lasciava ingannare dagli impostori, indovinava in certe perplessità un'intelligenza crescente. Cercava un'anima che meritasse di partecipare all'universo. Dopo nove o dieci notti comprese che non poteva sperare in quegli alunni che accettavano passivamente la sua dottrina, ma sì in quelli che arrischiavano, a volte, una contraddizione ragionevole. I primi, sebbene degni di amore e di buon affetto, non potevano aspirare alla condizione di individuo; gli altri preesistavano un poco di più. Un pomeriggio (ormai anche i pomeriggi erano tributari del sonno, ormai non vegliava che un paio d'ore al mattino) congedò per sempre il vasto collegio illusorio e restò con un solo alunno. Era un ragazzo taciturno, melanconico, discolo qualche volta, dai tratti affilati che ripetevano quelli del suo sognatore. La brusca eliminazione dei suoi condiscepoli non lo scncertò troppo a lungo; dopo poche lezioni, i suoi progressi già meravigliavano il maestro. Ma ecco, sopravvenne la catastrofe. Un giorno, l'uomo emerse dal sonno come da un deserto viscoso, guardò la luce vana d'un tramonto che prese per un'aurora, comprese di non aver sognato. Tutta quella notte e tutto il giorno seguente la lucidità intollerabile dell'insonnia s'abbatté su di lui. Volle esplorare la selva, estenuarsi; ma poté appena, tra la cicuta, dormire pochi frammenti di sonno debole, fugacemente trasversati da visioni di tipo rudimentale: inservibili. Volle convocare il collegio, ma aveva appena articolato poche parole d'esortazione che quello si deformò, si cancellò. Nella veglia quasi perpetua, lagrime di rabbia bruciavano i suoi vecchi occhi. Comprese che l'impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui si compongono i sogni è il più arduo che possa assumere un uomo, anche se penetri tutti gli enigmi dell'ordine superiore e dell'inferiore: molto più arduo che tessere una corda di sabbia o monetare il vento senza volto. Comprese che un insuccesso iniziale era inevitabile. Giurò di dimenticare l'enorme allucinazione che l'aveva sviato al principio, e cercò un altro metodo di lavoro. Prima di applicarlo, dedicò un mese al recupero delle forze che aveva sprecato nel delirio. Non premeditò più di sognare, e quasi immediatamente gli riuscì di dormire per un tratto ragionevole del giorno. Le rare volte che sognò durante questo periodo, non fece attenzione ai suoi sogni. Per riprendere l'impresa, aspettò che il disco della luna fosse perfetto. allora, di sera, si purificò nelle acque del fiume, adorò gli dèi planetari, pronunciò le sillabe lecite d'un nome poderoso e dormì. Quasi subito, sognò un cuore che palpitava. Lo sognò attivo, caldo, segreto, della grandezza d'un pugno serrato, color granata nella penombra d'un corpo umano ancora senza volto né sesso; con minuzioso amore lo sognò, durante quattordici lucide notti. Ogni notte lo percepiva con maggiore evidenza. Non lo toccava: si limitava ad esserne testimone, a osservarlo, talvolta a correggerlo con lo sguardo. Lo percepiva, lo viveva, da molte distanze e sotto molti angoli. La quattordicesima notte sfiorò con l'indice l'arteria polmonare e poi tutto il cuore, di fuori e di dentro. L'esame lo soddisfece. Deliberatamente non sognò durante tutta una notte; poi riprese il cuore, invocò il nome di un pianeta e passò alla visione d'un altro degli organi principali. In meno d'un anno giunse allo scheletro, alle palpebre. La capigliatura innumerevole fu forse il compito più difficile. Sognò un uomo intero, un giovane, che però non si levava, né parlava, né poteva aprire gli occhi. Per notti e notti continuò a sognarlo addormentato. Nelle cosmogonie gnostiche, i demiurghi impastano un rosso Adamo che non riesce ad alzarsi in piedi; così inabile, rozzo ed elementare come quest'Adamo di polvere, era l'Adamo di sogno che le notti del mago avevano fabbricato. Una sera, l'uomo fu quasi per distruggere tutta l'opera, ma si pentì. (Più gli sarebbe valso distruggerla). Fatto ogni voto ai numi della terra e del fiume, si gettò ai piedi dell'effigie che era forse una tigre o forse un cavallo, e implorò il suo sconosciuto soccorso. Sul crepuscolo dello stesso giorno, sognò questa statua. La sognò viva, tremula; non era un atroce bastardo di cavallo e di tigre, ma queste due veementi creature ad un tempo, e anche un toro, una rosa, una tempesta. Questo molteplice iddio gli rivelò che il suo nome era Fuoco, che in quel tempio circolare (e in altri eguali) gli erano stati offerti i sacrifici e reso il culto, e che magicamente avrebbe animato il fantasma sognato, in modo che tutte le creature, eccetto il Fuoco stesso e il creatore, l'avrebbero creduto un uomo di carne e di ossa. Gli ordinò di inviarlo, una volta istruitolo nei riti, nell'altro tempio in rovina le cui torri sussistevano più a valle, affinché una voce tornasse a glorificare il fuoco in quell'edificio deserto. Nel sonno dell'uomo che lo sognava, il sognato si svegliò. Il mago eseguì gli ordini. Dedicò qualche tempo (e furono finalmente due anni) a scoprirgli gli arcani dell'universo e del culto del fuoco. Nell'intimo, gli doleva di separarsi da lui. Col pretesto della necessità pedagogica, allungava ogni giorno le ore dedicate al sonno. Rifece anche l'omero destro, forse mal riuscito. A volte, l'inquietava un'impressione che tutto quello fosse già avvenuto... In complesso, i suoi giorni erano felici; chiudendo gli occhi pensava: "Ora starò con mio figlio". O, più di rado: "Il figlio che ho generato m'aspetta, e non esisterà se non vado". Gradualmente, lo venne avvezzando alla realtà. Una volta gli comandò di imbandierare una cima lontana. Il giorno dopo, sul monte, fiammeggiava la bandiera. Tentò altri esperimenti di questo genere, ogni volta più audaci. Comprese con una certa amarezza che suo figlio era pronto per nascere. Quella stessa notte, per la prima volta, lo baciò, e lo inviò all'altro tempio, le cui vestigia biancheggiavano a valle, a molte leghe di selva inestricabile e di acquitrini. Prima (perché non sapesse mai che era un fantasma, perché si credesse un uomo come gli altri) gl'infuse l'oblivio totale dei suoi anni di apprendistato. La sua vittoria e la sua pace non furono senza melanconia. All'alba e al tramonto si prosternava dinanzi alla figura di pietra, pensando forse che il suo figlio irreale stesse eseguendo riti identici, in altre rovine circolari, più a valle; la notte non sognava, o sognava come gli altri uomini. Percepiva un poco impalliditi i suoni e le forme del'universo: il figlio assente si nutriva di queste diminuzioni della sua anima. Lo scopo della sua vita era raggiunto; continuava a vivere in una specie d'estasi. Dopo un certo tempo che alcuni narratori della sua storia preferiscono di computare in anni, altri in lustri, lo svegliarono a mezzanotte due rematori; non ne vide i volti, ma gli parlarono di un uomo magico, in un tempio del Nord, capace di camminare nel fuoco senza bruciarsi. Il mago ricordò bruscamente le parole del dio. Ricordò che di tutte le creature che compongono l'orbe, il fuoco era l'unica a sapere che suo figlio era un fantasma. Questo ricordo, tranquillante al principio, finì per tormentarlo. Temette che suo figlio meditasse su questo strano privilegio e scoprisse in qualche modo la sua condizione di mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altr'uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine! A ogni padre interessano i figli che ha procreato (che ha permesso) in una mera confusione o felicità; è naturale che il mago temesse per l'avvenire di quel figlio, pensato viscere per viscere e lineamento per lineamento, in mille e una notte segrete. Il termine del suo rimuginare fu brusco, ma lo precedettero alcuni segni. Primo (dopo una lunga siccità) una remota nube sopra un colle, leggera come un uccello; poi, verso sud, un cielo rosa come la gengiva del leopardo; poi le fumate, che arrugginirono il metallo delle notti; infine la fuga impazzita delle bestie. Poiché si ripete ciò che era già accaduto nei secoli. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un'alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l'incendio concentrico. Pensò, un istante, di rifugiarsi nell'acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.
J.L. Borges
sabato 27 marzo 2010
giovedì 25 marzo 2010
C'era una volta
Stasera ho voglia di storie, di quelle che potrebbero cominciare con l'intramontabile "c'era una volta", ho voglia di cogliere l'estremità di un filo di pensieri che si perde nel passato e vedere, per gioco, dove mi porta. Uno di questo fili mi riporta indietro a dei tempi un pò speciali, di transizione, quei momenti singolari in cui il crepuscolo di qualcosa incontra l'alba di un'altra, e tu hai la fortuna di passare proprio di là.
Erano i tempi dell'alba della Rete, almeno per noi studenti del terzo anno di ingegneria. La Rete, non una risorsa che il governo incentivava ad utilizzare, ma qualcosa di ben nascosto, la cui esistenza era intuibile solo in modo indiretto, e il cui uso era riservato ad una cerchia ristretta di persone.
Erano schegge di informazione quelle di cui disponevamo, trovate casualmente nel mare della documentazione del mainframe cui ci era stato garantito accesso per scrivere i nostri primi programmi Fortran. La curiosità ci spingeva, passo dopo passo, a chiederci il perchè di alcuni comandi, non citati in nessuna dispensa ma documentati nei manuali online, stampati da una grossa stampante a catena sul modulo continuo con il solito inchiostro quasi esaurito, su cui passavamo le sere alla scoperta del VM/CMS e di tutto quello che non c'era nelle dispense.
Scoprivamo così comandi che servivano a mandare messaggi, che accettavano degli indirizzi come parametri, indirizzi nei quali veniva utilizzato quello strano carattere, @, e del testo, il testo del messaggio. Eravamo come ammaliati dall'idea di potere utilizzare un computer per inviare parole ad un indirizzo distante. Non c'era la mail. Non c'erano motori di ricerca. A dire il vero, non c'era nulla che ci indicasse quali indirizzi potevano essere usati con quel comando, nulla che ci svelasse chi stesse ascoltando, la fuori.
A poco a poco emersero una serie di nuovi indizi, a volte per caso, a volte dopo ricerche su documentazione cui noi, semplici studenti di calcoli numerici, non avremmo mai dovuto avere accesso; le dispense degli studenti spiegavano i comandi per scrivere, compilare e mandare in esecuzione un programma, su quegli antidiluviani terminali 3278 Olivetti. E altro non era dato sapere. Altro non era necessario. Altro era solo inutile spreco di secondi macchina. Si, i secondi macchina erano la nostra ricchezza, e per fortuna i comandi "probiti" non ne consumavano tanti, almeno non tanti quanto i loop infiniti che a volte finivano dentro i nostri programmi di dilettanti del Fortran.
Fu così che scoprimmo LISTSERV, e RELAY. Fu così che capimmo che un computer non serviva solo a fare calcoli, ma che poteva mettere in contatto persone lontanissime.
Fu così che cominciammo a comunicare con il mondo intero. Stando ben attenti a non farsi sorprendere dagli addetti al centro di calcolo, sviluppando uno script in Rexx (che imparammo molto meglio del Fortran) che consentiva di chattare e che alla pressione di un tasto nascondeva istantaneamente la vergogna di una conversazione dietro una familiare schermata di Fortran, per la buona pace dei segugi che ci alitavano sulla schiena.
Il collegamento da casa era impossibile. Non c'erano modem per l'accesso, almeno non esistevano numeri di cui gli studenti potessero essere a conoscenza. E se anche li avessimo avuti, il software per l'emulazione 3278 non si trovava mica in edicola. Nè si poteva scaricare dalla Rete. Eravamo parte della Rete solo a metà, ed era quello il bello. Certo, allora non lo si capiva, che le sfumature si capiscono solo col tempo. Dover lasciare il centro di calcolo, dovere recidere il cordone ombelicale che ci legava virtualmente al popolo della rete era doloroso, ma proprio quel dolore, quel bisogno di continuare a comunicare con i nostri corrispondenti, quella necessità di perpetuare l'intreccio delle menti, era la molla che una volta rientrati a casa, ci spingeva a prendere un foglio di carta e una penna e, alla luce di una lampada da tavolo in una stanza buia, scrivere.
Scrivere una lettera vera. Scrivere di noi, delle nostre vite, delle nostre abitudini, dei nostri pensieri; con calma, senza il chiasso operoso del centro di calcolo e senza timore di essere beccati a chattare con conseguente sospensione dell'account.
Rispolverare la migliore calligrafia, e il miglior inglese, riempire un paio di fogli di emozioni compresse e infilarle in una busta, magari aggiungendo una foto, di se, dei luoghi... che non c'erano le webcam, non c'erano le macchine fotografiche digitali, e neanche gli scanner. Era eccezionalmente bello abbandonare la tastiera utilizzata per tutto il giorno ed impugnare una penna, riempire di personalità il foglio ad ogni lettera tracciata, con la pressione della mano ora forte, quasi a volere incidere la carta, ora leggera, come ad accarezzare il pensiero tradotto in parole.
In quei momenti, e nelle settimane successive che ci dividevano dall'arrivo della risposta del nostro corrispondente, non eravamo più i ragazzi che si affacciavano al nuovo modo di comunicare, ma degli amici di penna d'altri tempi che vivevano degli rapporti epistolari color seppia.
La risposta, quando arrivava era già vecchia, che in molte sue parti era stata anticipata nelle conversazioni via computer, che documentavano la sua genesi, ma rimaneva comunque la cosa più attesa. Aprire la busta dopo averla a lungo guardata e studiata per carpire il minimo particolare; farsi emozionare dalle foto prima di tutto, dare un volto ad una mente con cui si è interagito per settimane fino ad entrare in simbiosi in certi casi, e poi leggere avidamente le righe scritte a penna, cogliendo le emozioni dalle righe e fra le righe.
Ho ancora tutte quelle lettere, tenute insieme da elastici e conservate nella consueta scatola da scarpe. E stasera ho aperto la scatola, rimosso l'elastico che si è sbriciolato al tocco e aperto qualche busta a caso, facendo riaffiorare agli occhi e alla memoria nomi che a malapena ricordo, emozioni sfocate e un pizzico di nostalgia.
In queste occasioni non posso fare a meno di crucciarmi dell'essere diventato così digitale, così aduso alla tastiera e al font impersonale del testo digitato, e di avere in parte dimenticato la poesia della carta manoscritta, la struggente bellezza di riaprire questi piccoli vasi di Pandora e lasciare che una folata di sentimenti scomponga i pensieri.
E poi le lettere invecchiano. Non sono come il testo digitale che è sempre nuovo di zecca, chiaro e leggibile come il primo giorno. Loro ingialliscono, l'inchiostro sbiadisce, e così facendo stemperano le gioie e i dolori che descrivono, nel mare del tempo. Trasformano la risata di ieri in un sorriso, e il pianto in una mestizia; non regalano dei sentimenti meno profondi, no... solo più composti.
Presto scriverò una lettera, voglio riprovare quelle emozioni, perchè ho sempre adorato guardare avanti, ma ho bisogno di potermi voltare indietro.
Erano i tempi dell'alba della Rete, almeno per noi studenti del terzo anno di ingegneria. La Rete, non una risorsa che il governo incentivava ad utilizzare, ma qualcosa di ben nascosto, la cui esistenza era intuibile solo in modo indiretto, e il cui uso era riservato ad una cerchia ristretta di persone.
Erano schegge di informazione quelle di cui disponevamo, trovate casualmente nel mare della documentazione del mainframe cui ci era stato garantito accesso per scrivere i nostri primi programmi Fortran. La curiosità ci spingeva, passo dopo passo, a chiederci il perchè di alcuni comandi, non citati in nessuna dispensa ma documentati nei manuali online, stampati da una grossa stampante a catena sul modulo continuo con il solito inchiostro quasi esaurito, su cui passavamo le sere alla scoperta del VM/CMS e di tutto quello che non c'era nelle dispense.
Scoprivamo così comandi che servivano a mandare messaggi, che accettavano degli indirizzi come parametri, indirizzi nei quali veniva utilizzato quello strano carattere, @, e del testo, il testo del messaggio. Eravamo come ammaliati dall'idea di potere utilizzare un computer per inviare parole ad un indirizzo distante. Non c'era la mail. Non c'erano motori di ricerca. A dire il vero, non c'era nulla che ci indicasse quali indirizzi potevano essere usati con quel comando, nulla che ci svelasse chi stesse ascoltando, la fuori.
A poco a poco emersero una serie di nuovi indizi, a volte per caso, a volte dopo ricerche su documentazione cui noi, semplici studenti di calcoli numerici, non avremmo mai dovuto avere accesso; le dispense degli studenti spiegavano i comandi per scrivere, compilare e mandare in esecuzione un programma, su quegli antidiluviani terminali 3278 Olivetti. E altro non era dato sapere. Altro non era necessario. Altro era solo inutile spreco di secondi macchina. Si, i secondi macchina erano la nostra ricchezza, e per fortuna i comandi "probiti" non ne consumavano tanti, almeno non tanti quanto i loop infiniti che a volte finivano dentro i nostri programmi di dilettanti del Fortran.
Fu così che scoprimmo LISTSERV, e RELAY. Fu così che capimmo che un computer non serviva solo a fare calcoli, ma che poteva mettere in contatto persone lontanissime.
Fu così che cominciammo a comunicare con il mondo intero. Stando ben attenti a non farsi sorprendere dagli addetti al centro di calcolo, sviluppando uno script in Rexx (che imparammo molto meglio del Fortran) che consentiva di chattare e che alla pressione di un tasto nascondeva istantaneamente la vergogna di una conversazione dietro una familiare schermata di Fortran, per la buona pace dei segugi che ci alitavano sulla schiena.
Il collegamento da casa era impossibile. Non c'erano modem per l'accesso, almeno non esistevano numeri di cui gli studenti potessero essere a conoscenza. E se anche li avessimo avuti, il software per l'emulazione 3278 non si trovava mica in edicola. Nè si poteva scaricare dalla Rete. Eravamo parte della Rete solo a metà, ed era quello il bello. Certo, allora non lo si capiva, che le sfumature si capiscono solo col tempo. Dover lasciare il centro di calcolo, dovere recidere il cordone ombelicale che ci legava virtualmente al popolo della rete era doloroso, ma proprio quel dolore, quel bisogno di continuare a comunicare con i nostri corrispondenti, quella necessità di perpetuare l'intreccio delle menti, era la molla che una volta rientrati a casa, ci spingeva a prendere un foglio di carta e una penna e, alla luce di una lampada da tavolo in una stanza buia, scrivere.
Scrivere una lettera vera. Scrivere di noi, delle nostre vite, delle nostre abitudini, dei nostri pensieri; con calma, senza il chiasso operoso del centro di calcolo e senza timore di essere beccati a chattare con conseguente sospensione dell'account.
Rispolverare la migliore calligrafia, e il miglior inglese, riempire un paio di fogli di emozioni compresse e infilarle in una busta, magari aggiungendo una foto, di se, dei luoghi... che non c'erano le webcam, non c'erano le macchine fotografiche digitali, e neanche gli scanner. Era eccezionalmente bello abbandonare la tastiera utilizzata per tutto il giorno ed impugnare una penna, riempire di personalità il foglio ad ogni lettera tracciata, con la pressione della mano ora forte, quasi a volere incidere la carta, ora leggera, come ad accarezzare il pensiero tradotto in parole.
In quei momenti, e nelle settimane successive che ci dividevano dall'arrivo della risposta del nostro corrispondente, non eravamo più i ragazzi che si affacciavano al nuovo modo di comunicare, ma degli amici di penna d'altri tempi che vivevano degli rapporti epistolari color seppia.
La risposta, quando arrivava era già vecchia, che in molte sue parti era stata anticipata nelle conversazioni via computer, che documentavano la sua genesi, ma rimaneva comunque la cosa più attesa. Aprire la busta dopo averla a lungo guardata e studiata per carpire il minimo particolare; farsi emozionare dalle foto prima di tutto, dare un volto ad una mente con cui si è interagito per settimane fino ad entrare in simbiosi in certi casi, e poi leggere avidamente le righe scritte a penna, cogliendo le emozioni dalle righe e fra le righe.
Ho ancora tutte quelle lettere, tenute insieme da elastici e conservate nella consueta scatola da scarpe. E stasera ho aperto la scatola, rimosso l'elastico che si è sbriciolato al tocco e aperto qualche busta a caso, facendo riaffiorare agli occhi e alla memoria nomi che a malapena ricordo, emozioni sfocate e un pizzico di nostalgia.
In queste occasioni non posso fare a meno di crucciarmi dell'essere diventato così digitale, così aduso alla tastiera e al font impersonale del testo digitato, e di avere in parte dimenticato la poesia della carta manoscritta, la struggente bellezza di riaprire questi piccoli vasi di Pandora e lasciare che una folata di sentimenti scomponga i pensieri.
E poi le lettere invecchiano. Non sono come il testo digitale che è sempre nuovo di zecca, chiaro e leggibile come il primo giorno. Loro ingialliscono, l'inchiostro sbiadisce, e così facendo stemperano le gioie e i dolori che descrivono, nel mare del tempo. Trasformano la risata di ieri in un sorriso, e il pianto in una mestizia; non regalano dei sentimenti meno profondi, no... solo più composti.
Presto scriverò una lettera, voglio riprovare quelle emozioni, perchè ho sempre adorato guardare avanti, ma ho bisogno di potermi voltare indietro.
mercoledì 24 marzo 2010
Vocali
A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu; voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes:
A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,
A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre origini segrete:
A, nero corsetto villoso delle mosche lucenti
Che ronzano intorno a fetori crudeli,
Golfes d'ombre; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
Lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d'ombelles;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
Dans la colère ou les ivresses pénitentes;
Golfi d'ombra; E, candori di vapori e di tende,
Lance di fieri ghiacciai, re bianchi, brividi di umbelle;
I, porpore, sangue sputato, riso di belle labbra
Nella collera o nelle ebbrezza penitenti;
U, cycles, vibrements divins des mers virides,
Paix des pâtis semés d'animaux, paix des rides
Que l'alchimie imprime aux grands fronts studieux;
U, cicli, vibrazioni divine di mari verdi,
Pace dei pascoli seminati di animali, pace delle rughe
Che l'alchimia scava nelle ampie fronti studiose.
O, supreme Clairion plein des strideurs étranges,
Silences traversés des Mondes et des Anges;
- O l'Oméga, rayon violet de Ses Yeux!
O, Tuba suprema piena di stridori strani,
Silenzi attraversati dai Mondi e dagli Angeli:
- O l'Omega, raggio violetto dei Suoi Occhi!
Arthur Rimbaud
Je dirai quelque jour vos naissances latentes:
A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,
A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre origini segrete:
A, nero corsetto villoso delle mosche lucenti
Che ronzano intorno a fetori crudeli,
Golfes d'ombre; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
Lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d'ombelles;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
Dans la colère ou les ivresses pénitentes;
Golfi d'ombra; E, candori di vapori e di tende,
Lance di fieri ghiacciai, re bianchi, brividi di umbelle;
I, porpore, sangue sputato, riso di belle labbra
Nella collera o nelle ebbrezza penitenti;
U, cycles, vibrements divins des mers virides,
Paix des pâtis semés d'animaux, paix des rides
Que l'alchimie imprime aux grands fronts studieux;
U, cicli, vibrazioni divine di mari verdi,
Pace dei pascoli seminati di animali, pace delle rughe
Che l'alchimia scava nelle ampie fronti studiose.
O, supreme Clairion plein des strideurs étranges,
Silences traversés des Mondes et des Anges;
- O l'Oméga, rayon violet de Ses Yeux!
O, Tuba suprema piena di stridori strani,
Silenzi attraversati dai Mondi e dagli Angeli:
- O l'Omega, raggio violetto dei Suoi Occhi!
Arthur Rimbaud
martedì 23 marzo 2010
Fuori Posto
Non sempre, ma sovente, mi sento irrimediabilmente fuori posto.
Come se il tempo e il luogo fossero sbagliati, come se risvegliandomi dal torpore dell'abitudine, prendessi all'improvviso coscienza della realtà e mi dicessi "che ci faccio qui?".
E non si tratta di incertezza, ché ho la certezza matematica di essere nel posto sbagliato.
E non è neanche un problema di contesto, ché succede praticamente in tutti.
E' il mio senso di appartenenza che va svanendo.
Come se il tempo e il luogo fossero sbagliati, come se risvegliandomi dal torpore dell'abitudine, prendessi all'improvviso coscienza della realtà e mi dicessi "che ci faccio qui?".
E non si tratta di incertezza, ché ho la certezza matematica di essere nel posto sbagliato.
E non è neanche un problema di contesto, ché succede praticamente in tutti.
E' il mio senso di appartenenza che va svanendo.
domenica 21 marzo 2010
Per Caso
- Sai, in tutta onestà non me l'aspettavo che fosse così difficile.
- Cosa?
- Esistere, vivere, mettere in fila un giorno dopo l'altro, su una strada che non sai neanche dove ti porterà... ammesso che porti da qualche parte.
- E' così perchè hai scelto che fosse così. Hai scelto la strada difficile, quella irta di domande e pensieri. Per molti, moltissimi, non è così: se ti abbandoni al flusso delle cose, vedrai, arriverai al giorno della tua morte e non ti accorgerai nemmeno di avere vissuto.
- Non mi sembra una bella alternativa, esistere senza chiedersi perchè. Esistere senza cercare una spiegazione dell'esistenza stessa. Mia e di tutto quello che mi circonda. Alla fine mi sembrerebbe davvero di aver vissuto inutilmente.
- Già, il solito problema delle forme di vita che hanno coscienza di se stesse. Il dramma dell'autocoscienza è proprio quello, l'ingenua illusione di essere importanti per il semplice fatto di esistere ed essere senzienti. Non appena prendono coscienza del fatto di esistere, elaborano teorie e religioni in cui sono al centro di tutto ciò che esiste. Al centro dell'universo, del tempo, dello spazio.
Ironicamente, la loro stessa capacità di evolvere regala loro una visione sempre più dettagliata di quanto poco significativi siano, relegati nello spazio e nel tempo, alla deriva in un mezzo di cui non riescono neanche a cogliere l'essenza ultima. Ma la loro fede in qualcosa di sovrannaturale, combinata con la fede dei loro simili in loro, li salva dal baratro.
Leggo nelle loro menti : "Ma...io devo esistere per qualche motivo. Devo essere importante per qualcosa. O per qualcuno". Ecco! Per qualcuno. Un dio che li ama, un popolo che ha bisogno di loro, una tribù che li segue, degli ascoltatori, dei lettori, una famiglia... tutto pur di soddisfare quel bisogno di essere al centro di qualcosa.
- Sarà. A me non sembra che questi stratagemmi possano colmare il vuoto che lasciano certe domande.
- Non possono infatti. Ma rendono il fardello più leggero, distraggono la mente dalla vera risposta, che per molti può risultare troppo desolata per poter essere accettata. E dire che basterebbe semplicemente accettare l'evidenza, ed avere l'equilibrio di prenderne atto senza sconvolgere la consueta conduzione della propria esistenza. Anzi, una volta accettata la realtà, le cose andrebbero indubbiamente meglio.
- Quale realtà?
- Quella che è scritta nell'universo. Il fatto di essere una coincidenza. Di essere un evento unico e rarissimo su piccola scala, ma qualcosa che può succedere su scala cosmica. Una fortunata (ma fortunata per chi?) sequenza di eventi che hanno portato dei quark a costituire degli essere autocoscienti. Il fatto che si tratti di un evento singolare non implica che si tratti di un evento importante (ma importante per chi?).
- Quindi la mia domanda "Perchè esisto" non ha senso?
- Oh si che ne ha. A patto di accettare la risposta e tutto quello che implica. Ma pochi ce la fanno.
- E sarebbe?
- Lo sai qual'è. Per Caso.
- Cosa?
- Esistere, vivere, mettere in fila un giorno dopo l'altro, su una strada che non sai neanche dove ti porterà... ammesso che porti da qualche parte.
- E' così perchè hai scelto che fosse così. Hai scelto la strada difficile, quella irta di domande e pensieri. Per molti, moltissimi, non è così: se ti abbandoni al flusso delle cose, vedrai, arriverai al giorno della tua morte e non ti accorgerai nemmeno di avere vissuto.
- Non mi sembra una bella alternativa, esistere senza chiedersi perchè. Esistere senza cercare una spiegazione dell'esistenza stessa. Mia e di tutto quello che mi circonda. Alla fine mi sembrerebbe davvero di aver vissuto inutilmente.
- Già, il solito problema delle forme di vita che hanno coscienza di se stesse. Il dramma dell'autocoscienza è proprio quello, l'ingenua illusione di essere importanti per il semplice fatto di esistere ed essere senzienti. Non appena prendono coscienza del fatto di esistere, elaborano teorie e religioni in cui sono al centro di tutto ciò che esiste. Al centro dell'universo, del tempo, dello spazio.
Ironicamente, la loro stessa capacità di evolvere regala loro una visione sempre più dettagliata di quanto poco significativi siano, relegati nello spazio e nel tempo, alla deriva in un mezzo di cui non riescono neanche a cogliere l'essenza ultima. Ma la loro fede in qualcosa di sovrannaturale, combinata con la fede dei loro simili in loro, li salva dal baratro.
Leggo nelle loro menti : "Ma...io devo esistere per qualche motivo. Devo essere importante per qualcosa. O per qualcuno". Ecco! Per qualcuno. Un dio che li ama, un popolo che ha bisogno di loro, una tribù che li segue, degli ascoltatori, dei lettori, una famiglia... tutto pur di soddisfare quel bisogno di essere al centro di qualcosa.
- Sarà. A me non sembra che questi stratagemmi possano colmare il vuoto che lasciano certe domande.
- Non possono infatti. Ma rendono il fardello più leggero, distraggono la mente dalla vera risposta, che per molti può risultare troppo desolata per poter essere accettata. E dire che basterebbe semplicemente accettare l'evidenza, ed avere l'equilibrio di prenderne atto senza sconvolgere la consueta conduzione della propria esistenza. Anzi, una volta accettata la realtà, le cose andrebbero indubbiamente meglio.
- Quale realtà?
- Quella che è scritta nell'universo. Il fatto di essere una coincidenza. Di essere un evento unico e rarissimo su piccola scala, ma qualcosa che può succedere su scala cosmica. Una fortunata (ma fortunata per chi?) sequenza di eventi che hanno portato dei quark a costituire degli essere autocoscienti. Il fatto che si tratti di un evento singolare non implica che si tratti di un evento importante (ma importante per chi?).
- Quindi la mia domanda "Perchè esisto" non ha senso?
- Oh si che ne ha. A patto di accettare la risposta e tutto quello che implica. Ma pochi ce la fanno.
- E sarebbe?
- Lo sai qual'è. Per Caso.
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