sabato 6 febbraio 2010

Arthur Rimbaud, Alba

J'ai embrassé l'aube d'été.
Rien ne bougeait encore au front des palais. L'eau était morte. Les camps d'ombres ne quittaient pas la route du bois. J'ai marché, réveillant les haleines vives et tièdes, et les pierreries regardèrent, et les ailes se levèrent sans bruit.
La première entreprise fut, dans le sentier déjà empli de frais et blêmes éclats, une fleur qui me dit son nom.
Je ris au wasserfall blond qui s'échevela à travers les sapins: à la cime argentée je reconnus la déesse.
Alors je levai un à un les voiles. Dans l'allée, en agitant les bras. Par la plaine, où je l'ai dénoncée au coq. A la grand'ville elle fuyait parmi les clochers et les dômes, et courant comme un mendiant sur les quais de marbre, je la chassais.
En haut de la route, près d'un bois de lauriers, je l'ai entourée avec ses voiles amassés, et j'ai senti un peu son immense corps. L'aube et l'enfant tombèrent au bas du bois.
Au réveil il était midi.

Ho abbracciato l'alba d'estate.
Niente si muoveva ancora nel fronte dei palazzi. L'acqua era morta. I campi d'ombra non lasciavano la strada dei boschi. Ho camminato, risvegliando gli aliti vivi e tiepidi, e le pietre guardarono, e le ali si alzarono senza rumore.
La prima impresa fu, nel sentiero già pieno di freschi e pallidi chiarori, un fiore che mi disse il suo nome.
Risi al wasserfall biondo che si svincolò attraverso gli abeti: dalla cima argentata riconobbi la dea.
Allora alzai uno ad uno i veli. Nel sentiero, agitando le braccia. Per la piana, dove l'ho denunciata al gallo. Nella città fuggiva tra i campanili e i duomi, e correndo come un mendicante sui sagrati di marmo, la cacciavo.
In cima alla strada, vicino a un bosco di alloro, l'ho attorniata coi suoi veli ammassati, e ho sentito un po' il suo immenso corpo. L'alba e il bambino caddero giù dal bosco.
Al risveglio era mezzodì.

Riti di Caccia

Come un antico cavaliere mi vesto con gesti lenti, assicurandomi che tutte le parti dell'equipaggiamento siano al loro posto, trattenuti fermamente dalle zip, dai velcri e dagli elastici.

Il parquet manda riflessi rossigni sulle pareti della stanza, mentre mille stiletti di sole si insinuano nelle fessure della persiana socchiusa; qualcuno colpisce gli inserti in titanio facendoli luccicare. Sarà una giornata calda, giornata di fatica e sudore. Sorrido mentre l'eccitazione cresce.

Mi assicuro che la scarpetta interna degli stivali sia ben chiusa prima di tirare su la zip e serrare la cremagliera; mi alzo in piedi e mi avvio verso il box, dovrò lubrificare gli stivali prima o poi, mi dico mentre il cigolio regolare del paracaviglie accompagna i miei passi.

Tiro su la saracinesca e il sole estivo invade l'angusto spazio del box, rubando spazio al buio fino a quando una sarabanda di riflessi mi colpisce in volto in una mistura di neri rossi e argento.

Eccola.

Accarezzo le sue forme con lo sguardo, pregustando il momento in cui aderirò con il mio corpo al suo e saremo insieme una cosa sola; fra molto molto poco.

La monto con cautela e decisione e comincia il consueto processo di fusione fra me e lei; tolgo il cavalletto e la tengo in equilibrio fra le gambe, ne prendo possesso per l'ennesima volta, sempre con la stessa emozione, sempre con la stessa intesa e complicità

Ricordo quanto tempo ci abbiamo messo a sviluppare questa fiducia reciproca, quanto tempo per fidarsi l'uno dell'altro - lei ad affidarmi i suoi 180 cavalli e io la mia vita.

Beh, è ora di sentire la sua voce, ora di pigiare il tastino dell'accensione e sentire che storia mi vorrà raccontare stavolta con il suo ringhio sommesso. Mi inebrio della sua voce, dapprima incerta e irregolare e poi sempre più costante. Solita pacca sul serbatoio lucido e via fuori dal box.

I gesti si fanno febbrili, è tempo di mettere su il casco, un ultimo controllo a tutto l'equipaggiamento e su i guanti.

Sento che ha voglia di andare, almeno quanta ne ho io. In cuor mio una piccola preghiera per una buona sorte lungo la strada e consumo il rito finale: piego il busto in avanti, saggio i semimanubri con entrambe le mani, stringo le manopole con la leggerezza di una carezza e sollevo il piede sinistro a cercare la prima.

Leì è una cavalla di razza e con un "clac" fa un piccolo scatto in avanti... adesso la voglia di strada si tocca, si annusa, si morde.

Ok bella, le dico nella mia testa con un accento di rispetto, lascia che io sia il tuo cavaliere ancora una volta.

Un piccolo movimento della mano sinistra e ci muoviamo, ancora qualche metro e guadagno la pedalina destra; non c'è più lei, non ci sono più io. Adesso siamo un tutt'uno, adesso CI sento, adesso si va.

Tocchi

Nel buio della mente, tipico di fine giornata, avevo scovato un pensiero di quelli che ne vale davvero la pena. Era una formetta indistinta all'inizio, quasi insignificante nel marasma di una mente inquinata dal rumore di un giorno qualsiasi in mezzo a milioni di persone qualsiasi; i troppi rumori, le troppe parole lo avevano reso quasi invisibile, come spesso succede alle costellazioni che annegano nel riverbero giallo e lattiginoso delle metropoli.

Eppure lo avevo scovato, proprio quando, inavvertitamente, stavo quasi per schiacciarlo .

Mi sono chinato e lo ho studiato, e come sempre mi succede in questi casi, io diventavo piccolo piccolo e lui cresceva, svelandomi forme e trame complesse eppure armoniose.

Si, era proprio uno di quei pensieri che mi piacciono, elegante e leggero, colmo di pace e grande da contenere il mondo; peccato che presto sarebbe svanito, disperso nella cacofonia del giorno passato sovrapposta a innumerevoli eco di innumerevoli giorni. Proprio per questo lo coccolavo, continuavo a corteggiarlo ripercorrendone i tratti cercando di tradire la sua natura eterea, ripetendone il nome come a volte si ripetono le cifre di un numero di telefono fino a quando non trovi da scrivere.

La strategia era ovvia, venire qui e disegnarne i contorni, ombreggiarne i dettagli, farlo divenire parola.

Ma più si avvicinava il foglio su cui imprigionarlo, più sentivo che diventava sfuggente, reticente, etereo; la magia del nome non funzionava più, malgrado urlassi le sue forme, queste sparivano dalla mia percezione.

E così riprendevo pian piano le mie dimensioni consuete mentre lui rimpiccioliva, ritornando imponderabile e sconosciuto. Ma ancora conservo la beatitudine di questa fugace apparizione, il calore del tocco di un bellissimo pensiero di razza, quei purosangue della mente che non vogliono essere raccontati e che non possono essere ricordati se non per quello che lasciano quando ti sfiorano.