Nel buio della mente, tipico di fine giornata, avevo scovato un pensiero di quelli che ne vale davvero la pena. Era una formetta indistinta all'inizio, quasi insignificante nel marasma di una mente inquinata dal rumore di un giorno qualsiasi in mezzo a milioni di persone qualsiasi; i troppi rumori, le troppe parole lo avevano reso quasi invisibile, come spesso succede alle costellazioni che annegano nel riverbero giallo e lattiginoso delle metropoli.
Eppure lo avevo scovato, proprio quando, inavvertitamente, stavo quasi per schiacciarlo .
Mi sono chinato e lo ho studiato, e come sempre mi succede in questi casi, io diventavo piccolo piccolo e lui cresceva, svelandomi forme e trame complesse eppure armoniose.
Si, era proprio uno di quei pensieri che mi piacciono, elegante e leggero, colmo di pace e grande da contenere il mondo; peccato che presto sarebbe svanito, disperso nella cacofonia del giorno passato sovrapposta a innumerevoli eco di innumerevoli giorni. Proprio per questo lo coccolavo, continuavo a corteggiarlo ripercorrendone i tratti cercando di tradire la sua natura eterea, ripetendone il nome come a volte si ripetono le cifre di un numero di telefono fino a quando non trovi da scrivere.
La strategia era ovvia, venire qui e disegnarne i contorni, ombreggiarne i dettagli, farlo divenire parola.
Ma più si avvicinava il foglio su cui imprigionarlo, più sentivo che diventava sfuggente, reticente, etereo; la magia del nome non funzionava più, malgrado urlassi le sue forme, queste sparivano dalla mia percezione.
E così riprendevo pian piano le mie dimensioni consuete mentre lui rimpiccioliva, ritornando imponderabile e sconosciuto. Ma ancora conservo la beatitudine di questa fugace apparizione, il calore del tocco di un bellissimo pensiero di razza, quei purosangue della mente che non vogliono essere raccontati e che non possono essere ricordati se non per quello che lasciano quando ti sfiorano.
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